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La sindrome del Tunnel Carpale

La sindrome del tunnel carpale è una neuropatia periferica dovuta all’irritazione del nervo mediano, che viene compresso nel suo tragitto all’interno del canale carpale.

Il tunnel carpale è un canale osteo-fibroso che si trova sulla superficie palmare del polso. È attraversato dai tendini dei muscoli flessori ulnari e radiali del polso, dai muscoli flessori delle dita superficiali e profondi, dai vasi sanguigni diretti alla mano e dal nervo mediano.

Un’attività lavorativa o sportiva che richieda un continuo utilizzo dei muscoli flessori del polso e delle dita, causerà un ispessimento e infiammazione dei suddetti muscoli che cercheranno di farsi spazio all’interno del canale carpale, comprimendo le strutture che sono più vulnerabili, in particolare il nervo mediano.

Tende a sviluppare la sindrome del tunnel carpale chi svolge un’attività lavorativa che prevede movimenti ripetuti di flessione di mani e polsi (operatori PC, sarte, giardinieri, ecc), i soggetti affetti da artrite e le donne in gravidanza (a causa dell’edema da ritenzione idrica).

I sintomi, che inizialmente consistono in formicolii e torpore alle prime tre dita, poi si trasformano in dolore acuto che può risalire fino all’avambraccio. I soggetti affetti dalla sindrome perdono progressivamente la forza e la capacità di maneggiare piccoli oggetti, come ad esempio difficoltà ad abbottonare la camicia.

Il trattamento d’elezione, secondo la medicina ufficiale, è quello chirurgico. Durante l’intervento si taglia il legamento trasverso del carpo, che costituisce la parte fibrosa del canale carpale, per concedere più spazio agli elementi contenuti dal canale. A volte purtroppo il chirurgo recide anche il nervo mediano stesso, peggiorando la situazione.

Il trattamento conservativo prevede posture di stiramento dei muscoli flessori del polso e delle dita, un buon riequilibrio osteopatico e il trattamento con il Cro System, che in pochi giorni e in modo del tutto indolore permette di eliminare la contrattura dei muscoli implicati e il recupero della forza.

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Artrosi e Artrite: un approccio innovativo

Le patologie infiammatorie e degenerative a carico delle articolazioni affliggono da sempre i soggetti ultra 50enni.

In particolare, l’ARTRITE è un processo infiammatorio articolare, caratterizzato da dolore, calore, tumefazione, rigidità, gonfiore.
Ne esistono numerose tipologie, non per ultima le malattie autoimmuni (artrite reumatoide).

L’ARTROSI o OSTEOARTRITE invece è un processo degenerativo delle articolazioni, dovuto a fattori genetici o secondarie a fattori stressanti di diverso genere.
Colpisce soprattutto le articolazioni che subiscono il carico gravitario: anca, ginocchio, colonna vertebrale, ecc.
Escludendo le forme idiopatiche, le artrosi secondarie sono la conseguenza diretta della mancata congruità articolare. Il deficit di controllo articolare, che può manifestarsi con una rigidità o con una instabilità, causa una sollecitazione degli elementi articolari e periarticolari, che a loro volta porteranno all’infiammazione e alla successiva degenerazione.

All’interno dell’articolazione, i rapporti tra i capi articolari ricoperti da cartilagine, sono mantenuti da legamenti (elementi passivi) e muscoli (elementi attivi).
Ovviamente gli uni e gli altri lavorano in sinergia per poter garantire stabilità e mobilità.
Quando tutti gli elementi stabilizzanti sono in equilibrio, all’interno dell’articolazione vi è la condizione di “zero biologico”. Ciò significa che i capi articolari si trovano perfettamente al centro della cavità articolare e le superfici articolari sono lubrificate correttamente dal liquido sinoviale. Questa condizione consente un’ideale distribuzione delle forze su tutta la superficie articolare, consentendo di produrre il movimento con il minimo attrito.

Se a causa di uno squilibrio di tensione legamentosa, o di un cattivo controllo muscolare da parte del Sistema Nervoso, l’articolazione perdesse la congruità articolare, e quindi il livello “zero biologico”, si produrrebbero delle forze compressivo-distrattive che andranno a danneggiare le strutture adiacenti.
I capi articolari non si troverebbero più al centro della cavità articolare, ma sarebbero attirati dalla parte dalla tensione, determinando una iperpressione delle strutture osteo-cartilaginee da un lato (con conseguente deformazione dei capi articolari) e una depressione dall’altro. Dalla parte in cui l’articolazione si presenta beante si creerà quindi uno spazio che il nostro organismo cercherà di colmare producendo del tessuto osseo.

I condroblasti (cellule che normalmente producono cartilagine) verranno convertiti in osteoblasti innescando il circolo vizioso che è alla base del processo artrosico: le superfici articolari non più lisce creeranno attrito e dolore, l’attività muscolare sarà inibita, il che causerà un aumento del carico sulle cartilagini articolari, non più perfettamente lubrificate.

La riabilitazione risulta difficile e spesso inefficace nel ripristinare una corretta articolaritá che consenta al paziente di muoversi in autonomia, senza provare dolore.

Un approccio efficace è il trattamento con Cro System poiché stimola e amplifica la capacità del Sistema Nervoso di controllare le articolazioni, ricreando l’equilibrio di tensione muscolare, indispensabile per una buona funzione articolare.

Per ottenere questo risultato, il CRO System produce una leggera e indolore vibrazione meccanica che sollecita i recettori muscolari che inviano costantemente al Sistema Nervoso informazioni riguardanti il tono, la posizione e l’orientamento articolare.
Il trattamento consiste in 3 applicazioni quotidiane da 10 minuti per 3 giorni consecutivi.
Durante il trattamento verrà chiesto al paziente di mantenere in contrazione isometrica il muscolo che gestisce l’articolazione artrosica (per esempio il quadricipite nel caso si volesse agire sul ginocchio). Ottenere il risultato senza richiedere movimento all’articolazione artrosica (con la contrazione isometrica) è un ulteriore vantaggio del trattamento mediante Cro System.
Ovviamente l’articolazione da trattare non deve presentare delle deformità avanzate che ne alterino la meccanica articolare in modo irreparabile.

Il risultato è spesso apprezzabile già dopo le prime 24-48 ore e permane per mesi.
Il paziente artrosico avvertirà la diminuzione del dolore, una maggiore stabilità, più forza e una maggiore resistenza allo sforzo. Ciò permetterà ai pazienti di svolgere con più facilità tutti quei movimenti tipici della quotidianità.

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OsteopatiaAlbo-cuscino-materasso-ideale

Esiste il materasso ideale?

Duro o morbido?

Alto o basso?

In lattice o Memory Foam?

Ortopedico o anatomico?

Tante varianti per materassi e cuscini che riguardano forma, materiali e dimensioni.
Oggi l’offerta prevede un’ampia scelta che in teoria dovrebbe essere sufficiente ad accontentare le esigenze di tutti i clienti. Chi ti promette di farti dormire meglio, più profondamente, chi invece ti assicura che ti alzerai più riposato, senza dolori, con le gambe più sgonfie.

Purtroppo però la qualità del sonno dipende principalmente dalla capacità del nostro corpo di adattarsi alla posizione assunta durante la notte, sul materasso e sul cuscino, e non il contrario.
Più il nostro corpo sarà mobile, più facilmente ci adatteremo alle varie possibilità offerte dal mercato. Al contrario, più saremo rigidi, meno possibilità avrà il nostro corpo di trovare una posizione comoda.
Non di rado ci raccontano di acquirenti che si lamentano di aver constatato che dormivano meglio nel vecchio materasso, rispetto a quello nuovo e molto più costoso, ultima frontiera della tecnologia.

Se siete in fase di cambiamento del materasso o dei cuscini, il consiglio migliore è quello di provarli sempre dal rivenditore. Occorre sdraiarsi e provarlo nelle varie posizioni. Dovete cercare di percepire l’immediata sensazione di completo relax che vi fa dire: Si, è quello giusto!

Occorre dare un’indicazione particolare per quanto riguarda i cuscini, e nello specifico l’altezza ideale.

La regola generale prevede la scelta di un cuscino che mantenga la testa in linea con le spalle, nella posizione neutra.
Quindi per chi dorme sul fianco, l’altezza del cuscino dovrebbe colmare lo spazio tra testa e materasso, considerando che un cuscino eccessivamente alto o eccessivamente basso obbligherà la cervicale ad assumere una posizione in flessione laterale da uno dei due lati.
Se si dorme proni sarebbe meglio scegliere un cuscino molto basso o addirittura scegliere di non usare nessun cuscino. Ciò eviterà il mantenimento della posizione in estensione e rotazione della cervicale per tutta la notte.
Infine per chi dorme supino è meglio scegliere un cuscino di media altezza, anche se non tutti potrebbero gradirlo. I soggetti fortemente artrosici hanno già un atteggiamento di anteposizione forzata della testa, e quindi hanno bisogno di dormire un po’ più sollevati perché impossibilitati a posizionare la testa in asse sulle spalle.

Chi cambia continuamente posizione durante la notte, avrà bisogno un cuscino versatile: magari basso, in piume, di grandi dimensioni, che si possa piegare o accartocciare per aumentarne lo spessore.

Come terapisti non possiamo accompagnarvi nella scelta del materasso, ma possiamo migliorare la mobilità del vostro corpo per consentire un più facile adattamento alle varie posizioni del sonno.

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OsteopatiaAlbo-suzione-osteopatia pediatrica-cranio-sacrale

La prima sfida del bebè: la suzione

La suzione è uno schema motorio che richiede la coordinazione fine di tutti i muscoli della bocca e della lingua.
Per permettere la fuoriuscita del latte materno, il neonato deve creare una depressione all’interno della bocca, e contemporaneamente con la lingua spremere il capezzolo della mamma contro il palato.

Fortunatamente la suzione è uno schema motorio primario, cioè già “in dotazione” del bebè alla nascita. Possiamo infatti attendere fiduciosi che il poppante, dopo la fatica del travaglio e del parto, metta in moto i suoi sensi (primo fra tutti l’olfatto) per cercare il seno materno.

Finalmente la neo-mamma potrà provare quella sensazione meravigliosa di cui le hanno tanto parlato le amiche più esperienti.

Non sempre però il bebè riesce ad attaccarsi al seno con facilità o, ancora peggio, potrebbe non riuscire a coordinare bene i muscoli della lingua al fine di una corretta suzione. Ciò può dipendere da più fattori.

A causa di un parto distocico o di un mal posizionamento del feto all’interno dell’utero, il bebè può nascere con il torcicollo miogeno, una patologia a carico delle vertebre cervicali e dorsali che non consente al poppante di orientare agevolmente la testa per raggiungere il capezzolo della madre. Ovviamente risulterà difficile solo in uno dei due lati.
Il caso invece della mancata coordinazione dei muscoli della suzione che, come abbiamo già scritto, dovrebbe rappresentare uno schema motorio primario, dipende invece da una compressione del nervo incaricato di fornire il comando ai muscoli della suzione. Si tratta del XII° nervo cranico (nervo Ipoglosso) che, per fuoriuscire dal cranio e raggiungere i muscoli della lingua, deve attraversare il canale osseo omonimo al di sotto dei condili dell’osso occipitale.

L’osso occipitale, che chiude posteriormente il cranio, alla nascita non si è ossificato del tutto (è formato da 4 parti unite da cartilagine), e di conseguenza risulta vulnerabile alle compressioni nelle fasi di ingaggio della testa nel bacino materno e durante l’espulsione, che causeranno un vero e proprio intrappolamento del nervo ipoglosso all’interno del canale stesso. La compressione impedirà al nervo di condurre le informazioni dal Sistema Nervoso ai muscoli della lingua, e la suzione sarà impedita.

Il bebè affamato avrà l’istinto di attaccarsi al seno, ma non riuscendo ad eseguire la perfetta suzione, proverà a spremere il capezzolo della madre stringendolo tra i mascellari privi di denti, ma non meno taglienti. Il capezzolo inizierà a sanguinare, le stoiche madri sopporteranno pazientemente il dolore, ma il sapore del sangue non piacerà al neonato, che avendo tutt’altre aspettative, rifiuterà il seno materno.
Ciò causerà dei traumi esistenziali alle madri che, ignare delle difficoltà coordinative del figlio, penseranno di essere rifiutate perché incapaci di produrre latte..

Fortunatamente non tutto è perduto!
I trattamenti di osteopatia pediatrica permettono di liberare il passaggio del nervo ipoglosso, restaurando la funzione interrotta. Il bebè potrà nuovamente coordinare i suoi muscoli per una corretta e gratificante poppata.
Il nostro approccio prevede l’azione contemporanea di 2 operatori. Ciò consente un riequilibrio globale più completo ed efficace.

Ovviamente, prima si agisce, prima si ritorna alla fisiologia della suzione.
Occorre agire tempestivamente!
Lo stimolo alla produzione di latte materno è infatti dato dalla suzione stessa. Se questa non avviene, la produzione si arresta.

Per migliorare ulteriormente le manovre di decompressione effettuate durante il trattamento, consigliamo ai genitori dei nostri piccoli pazienti di accarezzare la testa del bimbo delicatamente e in tutte le direzioni, tranne dal davanti verso dietro (come se accarezzaste il vostro gatto)! È l’unica carezza che può peggiorare la compressione occipitale.

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osteopatia albo-sport e pubalgia-cro system

Sport e pubalgia

La pubalgia è una patologia ortopedica che letteralmente significa dolore al pube. La si definisce anche retto-pubalgia, poiché il dolore si irradia anche all’inserzione inferiore dei muscoli retti dell’addome, che s’inseriscono appunto sul pube. La pubalgia, diffusissima tra gli sportivi, interessa soprattutto i calciatori, corridori e schermidori, ma può colpire altre categorie di sportivi.

Il sintomo classico della pubalgia è il dolore all’interno della coscia, precisamente nell’inserzione dei muscoli adduttori sul pube, ed è scatenato dal tentativo di abdurre l’arto inferiore, vale a dire allontanare le gambe una dall’altra.
Gli adduttori sono formati da 4 muscoli che globalmente si occupano di addurre la coscia, cioè avvicinare le gambe, ma la loro funzione non si esaurisce solo a quello. A seconda dell’inserzione femorale, i 4 muscoli che compongono gli adduttori partecipano alla flessione, all’estensione e elle rotazioni interne ed esterne.

Di conseguenza la pubalgia può essere scatenata da tutti i movimenti che interessano l’arto inferiore, rendendo difficile e dolorosa ogni attività motoria e costringendo gli atleti a lunghi periodi di riposo.

Le cause della pubalgia risiedono nei microtraumi ripetuti che interessano le branche pubiche, o dai movimenti tipici di alcuni sport che ipersollecitano i muscoli adduttori, infiammandone le inserzioni.

L’approccio riabilitativo tradizionale, che prevede la somministrazione di antidolorifici e antinfiammatori, riposo, stretching e rinforzo muscolare, si dimostra spesso inefficace nella completa risoluzione del problema che tende a recidivare.

Esiste oggi un’alternativa riabilitativa grazie al Cro System che, mediante una leggera vibrazione meccanica, elimina in pochi giorni la contrattura degli adduttori, aumentandone il controllo motorio, quindi la forza e la resistenza.
Potrebbe essere utile un riequilibro osteopatico che rimetta in asse bacino, pube e arti inferiori, consentendo un più rapido ritorno all’attività sportiva evitando che il problema possa recidivare.

Ricreare un’armonia articolare tra bacino, pube e arti inferiori, consente di ristabilire un equilibrio di tensione fra le strutture muscolo-fasciali che collegano le ossa implicate. Ne beneficeranno, oltre agli adduttori, i muscoli flessori dell’anca, il torchio addominale globalmente, i glutei (piccoli, medi e grandi), il quadrato dei lombi e i paravertebrali.

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osteopatia albo-cro system-epicondilite

Epicondilite: soluzioni alternative

L’epicondilite, meglio conosciuta come gomito del tennista, è una tendinopatia inserzionale caratterizzata da dolore acuto all’epicondilo (piccola protuberanza sferica all’esterno del gomito) sul quale s’inseriscono i tendini dei muscoli estensori del polso e delle dita.

Le categorie più colpite dall’epicondilite sono:

  • sportivi soggetti a microtraumi ripetuti all’articolazione del gomito (tennisti, lanciatori, canoisti, ecc)
  • categorie professionali la cui attività prevede il sollevamento di carichi e la ripetizione di movimenti estensori del polso (giardinieri, carpentieri, idraulici, ecc)

Maggiormente diffuso tra i soggetti di età compresa tra i 30 e i 50 anni.

Il dolore, inizialmente poco intenso, avvertito a livello dell’epicondilo, diviene acuto e si diffonde all’avambraccio, fino al polso e alle dita. Il paziente ha difficoltà a sostenere carichi (anche semplicemente un bicchiere) o a fare forza con le dita come in una stretta di mano.

Se non curato, il dolore inizialmente avvertito solo durate il movimento, cronicizzerà e verrà avvertito anche a riposo.

Anche nel caso dell’epicondilite, la tendenza tradizionalista prevede un trattamento sintomatico a base di antinfiammatori, riposo, tutore, infiltrazioni di cortisonici.
Ma, se non si elimina la causa del problema, tutti questi rimedi lasciano il tempo che trovano!

Trattamenti efficaci, che permettono di evitare le recidive sono:

  • Il trattamento osteopatico per riequilibrare le tensioni di colonna vertebrale, spalle, gomiti, polsi
  • Posture Mézières da praticare per 15 giorni, mano alla parete
  • Trattamento con Cro system per 3 giorni rigorosamente consecutivi

Il Cro system, applica una leggera vibrazione ai muscoli estensori del polso e delle dita, consentendo in soli 3 giorni di sciogliere la contrattura, vera responsabile della sintomatologia dolorosa, aumentare la forza dei muscoli trattati e risolvere la rigidità del gomito.

L’effetto del Cro System è apprezzabile già nelle prime 48 ore ed è persistente nel tempo.

È consigliabile migliorare la postura per evitare di incorrere nelle stesse dinamiche posturali e meccaniche errate che hanno causato il problema.

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OsteopatiaAlbo-lesione SPE, piede cadente, cro system svizzera

Piede cadente da lesione dello SPE

La lesione del nervo Sciatico Popliteo Esterno o nervo Peroneo Comune è la neuropatia più frequente a carico degli arti inferiori.

Le cause della lesione possono essere diverse:

  • Compressione nel suo tragitto sopra la testa del perone
  • Trauma a causa della frattura del piatto tibiale o del perone
  • Grave distorsione del ginocchio
  • Ferita da taglio
  • Ernia lombare L5-S1
  • Il paziente affetto da lesione dello SPE si trova nella difficoltà o nell’impossibilità a dorsi-flettere il piede e le dita, con conseguente piede cadente.

La marcia sarà difficoltosa poiché obbligherà il paziente a flettere l’anca in un modo esagerato per evitare di trascinare il piede o, ancora peggio, per evitare di inciampare. Questo deambulazione, tipica della lesione dello SPE, è chiamata “Steppage”.

Esiste un ausilio ortopedico, la molla di Codivilla, che permette di mantenere la caviglia in flessione ed evitare lo Steppage.

Il CRO® SYSTEM è uno strumento che consente di recuperare il tono muscolare in pochi giorni, permettendo nelle forme meno gravi, un recupero completo ed effetti persistenti.

Per poter agire con lo strumento, occorre che il muscolo deficitario abbia almeno una forza di livello 1. Il paziente deve poter contrarre attivamente il muscolo tibiale anteriore, anche senza riuscire a mobilizzare l’articolazione. La contrazione deve essere visibile sotto la pelle e apprezzabile alla palpazione dall’operatore.

Il CRO® SYSTEM può amplificare una funzione presente ma deficitaria. Non può assolutamente ricreare una funzione totalmente e irrimediabilmente compromessa.

Il CRO® SYSTEM inoltre, essendo fondamentalmente un amplificatore d’informazioni inviate dai muscoli al sistema nervoso centrale, stimola la capacità vicariante del sistema nervoso, affinché si utilizzino vie nervose alternative che possano sostituire quelle danneggiate.

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OsteopatiaAlbo-nevralgia-trigemino-osteopatia-craniale

Nevralgia del Trigemino: approccio craniale

In passato conosciuta come “tic doloroso” o, in modo più indicativo, come “malattia del suicida”, è caratterizzata da un dolore lancinante al viso talmente intenso da spingere al suicidio chi ne era affetto e non riusciva a controllare il dolore farmacologicamente.

Il trigemino è il V° nervo cranico e svolge prevalentemente la funzione di fornire la sensibilità superficiale al viso e la motricità ai muscoli masticatori.

Si chiama “trigemino” perché è formato da 3 fibre sensitive “gemelle”, che originano dallo stesso ganglio semilunare (o ganglio di Gasser).

La prima branca oftalmica distribuisce le sue fibre sensitive alla cute della fronte, sopracciglia, palpebre superiori e parte superiore del naso. È inoltre il nervo sensitivo dell’occhio e delle mucose della fossa nasale superiore.
La seconda branca mascellare innerva la cute che ricopre gli zigomi, il naso, le tempie, la zona mastoidea, il labbro superiore. Fornisce inoltre la sensibilità a denti e gengive dell’arcata superiore, al palato e alle mucose della fossa nasale inferiore e all’ATM (Articolazione Temporo Mandibolare).
La terza branca mandibolare innerva la restante superficie cutanea del viso (guance, mento, labbro inferiore), le mucose della bocca, 2/3 anteriori della lingua e denti e gengive dell’arcata inferiore. La sola terza branca veicola le fibre motorie per i muscoli della masticazione.

I Tre rami emettono inoltre delle fibre che innervano le meningi all’interno del cranio, nella porzione sovra-tentoriale (cioè esclusa la zona occipitale), facendo del nervo trigemino il responsabile della sensazione dolorosa nei mal di testa!

Il sintomo tipico della nevralgia del trigemino è il dolore lancinante improvviso (come una scossa elettrica), che colpisce una delle 3 branche del trigemino, raramente bilaterale. Le branche più colpite sono la mandibolare e la mascellare. Raramente la branca oftalmica è coinvolta.

Le crisi di dolore sono di breve durata, ma possono ripetersi decine di volte al giorno.

A volte, per innescare il dolore, è sufficiente una delicata sollecitazione della cute del viso. È tipica l’insorgenza durante la rasatura o mentre si applica il trucco. Anche stiramenti della cute dovuti ad azioni ordinarie quotidiane come mangiare, parlare, lavare i denti, possono costituire un fattore scatenante.
È più frequente dopo i 45 anni, con maggiore incidenza nelle donne.

Di seguito le cause più accreditate dalla medicina ufficiale:

  • Compressione da parte di un’arteria sul nervo, in corrispondenza alla sua emergenza dal tronco encefalico
  • Compressione a causa di un tumore
  • Compressione a causa di aneurisma
  • Degenerazione della guaina mielinica da sclerosi multipla
  • Degenerazione della guaina mielinica da invecchiamento
  • Traumi
  • Infezioni (Herpes Zoster)

L’approccio osteopatico pone l’attenzione sui rapporti anatomici che il nervo trigemino contrae con le strutture circostanti.

Lo studio dell’anatomia c’insegna che il ganglio trigeminale è alloggiato all’interno di una cavità membranosa, formata da uno sdoppiamento del tentorio del cervelletto, parte della Dura Madre (lo strato più esterno delle meningi del cranio). Inoltre, per raggiungere i territori d’innervazione, le branche del trigemino sono accompagnate e vincolate dalle meningi nei punti di passaggio all’interno dei forami.
È facile comprendere come una tensione della Dura Madre, dovuta ad una disfunzione del cranio o delle prime vertebre cervicali, possa causare una compressione sul ganglio o sui rami del trigemino, alterandone la funzione.

L’osteopatia craniale, attraverso tecniche di riequilibrio articolari e fasciali, tende a normalizzare le tensioni che determinano l’attivazione del nervo trigemino, causandone la sintomatologia dolorosa.

Essendo la nevralgia del trigemino una patologia multifattoriale, il trattamento della osteopatico non può limitarsi ala sola componente craniale. Occorre effettuare un bilancio completo, che consideri anche le componenti meccanico-fasciali che dalla periferia possano influenzare a distanza l’equilibrio del cranio e delle cervicali.

La terapia craniale è un approccio tanto delicato quanto efficace!

Consente di risolvere in breve tempo la patologia, in tutti quei casi in cui non sia d’obbligo una chiara indicazione chirurgica!

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CroSystem nella Paralisi di Bell. Osteopatia Albo

Paralisi di Bell: come sconfiggerla!

La paralisi di Bell, nome paradossale per una “brutta” patologia, è una disfunzione del nervo facciale.

Il nervo facciale è il VII° nervo cranico e si occupa fondamentalmente dell’innervazione motoria dei muscoli mimici di metà viso corrispondente. Quindi, tutte le espressioni facciali, le smorfie dipendono dal VII° nervo cranico.
Lo stesso nervo veicola delle fibre nervose che regolano la salivazione e la lacrimazione, e si occupa dell’innervazione sensoriale dei 2/3 anteriori della lingua per il gusto dolce e salato.

Il nervo facciale ha un percorso lungo e tortuoso che origina dal tronco encefalico, entra nello spessore dell’osso temporale e lo attraversa per fuoriuscire nella parte inferiore e dirigersi verso la parte laterale del viso, passando dietro la ghiandola parotidea.

Una paralisi totale o parziale del suddetto nervo determina la difficoltà o l’impossibilità di contrarre i muscoli mimici, con un conseguente danno estetico non indifferente:

  • scomparsa delle rughe dal lato colpito
  • bocca deviata dal lato opposto
  • difficoltà a chiudere la palpebra inferiore (lagoftalmo)

Ulteriori disagi collegati alla paralisi sono:

  • difficoltà a lubrificare la congiuntiva con conseguente irritazione dovuta al lagoftalmo
  • difficoltà alla respirazione nasale (soprattutto l’inspirazione) dovuta al collasso dell’ala del naso, la cui apertura è controllata da un piccolo muscolo innervato dal nervo facciale
  • difficoltà fonatorie dovute alla perdita del tono dei muscoli delle labbra
  • alterazione sensoriale dovuta alla perdita della gusto dei 2/3 anteriori della lingua
  • bocca secca o eccessiva salivazione

Le cause possono essere diverse:

  • congenite
  • traumatiche
  • chirurgiche
  • infiammatorie (9 casi su 10)
  • tumorali

La causa infiammatoria è la più diffusa ed è spesso dovuta ad un’infezione virale da Virus Epstein-Barr o da Virus Varicella-Zoster.

Il trattamento prevede:

  • somministrazione di corticosteroidi da assumere entro 3 giorni dall’esordio, utilizzati per ridurre l’edema causato dall’infezione virale
  • integrazione di Vitamina B per aiutare la rigenerazione del nervo
  • trattamento osteopatico per migliorare la mobilità craniale nei segmenti attraversati dal nervo facciale, e per diminuire l’infiammazione e l’edema conseguente all’infezione virale
  • fisioterapia con il Cro System per il recupero della funzione motoria

Attualmente non esiste uno strumento che, al pari del Cro System, sia capace di recuperare il tono dei muscoli mimici in breve tempo (3 giorni) e con effetti persistenti nel tempo.
Il principio di funzionamento consiste nella capacità dello strumento di potenziare le reti di controllo motorio che si occupano di gestire la muscolatura del viso.

Il risultato del trattamento è apprezzabile già dai primi giorni e migliora nei 15 giorni successivi all’applicazione.

Per potenziare l’effetto del Cro System si consiglia di “allenare” i muscoli mimici enfatizzando smorfie ed espressioni. Magari davanti allo specchio, proprio come usano fare gli attori in camerino prima di andare in scena!

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